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Miglior Giovane Attore Italiano: Luigi Zeno tra premi, impegno, Netflix e Rai 1

2026-08-24 21:17

Daniela Del Prete

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Miglior Giovane Attore Italiano: Luigi Zeno tra premi, impegno, Netflix e Rai 1

Intervista in Esclusiva, scopriamo i dettagli

Luigi Zeno, 19 anni, originario di Ercolano e legato a San Vito, vive una stagione professionale che lo porta contemporaneamente verso il pubblico delle piattaforme e quello della televisione generalista. Dal 22 settembre sarà Leonardo in “Minerva - La Scuola”, su Netflix, mentre il suo percorso prosegue su Rai 1 con “Nemo - Chi ha ucciso Sofia”. Il titolo di Miglior Giovane Attore Italiano accompagna un profilo che vuole essere raccontato attraverso il lavoro, i personaggi e la continuità dei progetti, più che attraverso l’idea di una semplice promessa.

 

Che rapporto hai con i riconoscimenti?

Mi fanno piacere perché rappresentano uno sguardo esterno sul lavoro. Li accolgo con gratitudine, ma cerco di non trasformarli in un punto di arrivo. Un premio appartiene a un momento; la carriera richiede continuità. È questo il modo in cui vivo anche il titolo di Miglior Giovane Attore Italiano. Quello che mi interessa è che ogni passaggio abbia una ragione narrativa e professionale, senza forzare un’immagine che non corrisponde a ciò che faccio sul set.

 

Cosa significa precisamente per te quel titolo?

Significa che il percorso fatto è stato visto e riconosciuto. “Miglior Giovane Attore Italiano” è una definizione importante, soprattutto alla mia età, e la considero una responsabilità positiva. Non mi interessa però usarla per dichiarare di essere arrivato: mi interessa sostenerla con lavori concreti, come Leonardo in “Minerva - La Scuola” e i progetti per Rai 1. In questa fase sento importante anche la continuità: il pubblico può incontrarmi su Netflix e su Rai 1, ma vorrei riconoscere ogni volta un personaggio diverso.

 

Quanto conta l’impegno sociale nella tua immagine pubblica?

Non vorrei che fosse soltanto immagine. Quando parlo di bullismo o di altri temi sociali, voglio farlo perché li considero importanti, non perché servano a una comunicazione. Se hai la possibilità di essere ascoltato da ragazzi della tua età o più giovani, puoi usare una parte di quella visibilità per aprire una conversazione. Cerco sempre di mantenere un rapporto concreto con il lavoro: preparazione, ascolto e rispetto della storia vengono prima di qualsiasi elemento esterno.

 

Le esperienze istituzionali che valore hanno avuto?

Entrare in contesti istituzionali come il Senato o il Parlamento Europeo ti fa percepire un livello diverso di responsabilità. Non significa diventare esperti di tutto, ma capire che certe parole possono avere un peso. Per me sono state esperienze che hanno allargato lo sguardo oltre il set. Quello che mi interessa è che ogni passaggio abbia una ragione narrativa e professionale, senza forzare un’immagine che non corrisponde a ciò che faccio sul set.

 

Come eviti il rischio di sembrare moralista quando parli ai giovani?

Non dando lezioni. Preferisco raccontare ciò che penso e ascoltare. Sul bullismo, per esempio, è molto più importante creare uno spazio in cui un ragazzo si senta riconosciuto che pronunciare una frase perfetta. L’attore non deve trasformarsi automaticamente in un educatore; può però contribuire a dare attenzione a un tema. In questa fase sento importante anche la continuità: il pubblico può incontrarmi su Netflix e su Rai 1, ma vorrei riconoscere ogni volta un personaggio diverso.

 

Come si collega tutto questo a “Minerva - La Scuola”?

Il mio lavoro principale resta interpretare. In “Minerva - La Scuola” sono Leonardo e dal 22 settembre il pubblico potrà vederlo su Netflix. Non voglio sovrapporre Luigi al personaggio, ma credo che la sensibilità con cui osservi le relazioni umane entri inevitabilmente nel modo in cui lavori. Cerco sempre di mantenere un rapporto concreto con il lavoro: preparazione, ascolto e rispetto della storia vengono prima di qualsiasi elemento esterno.

 

E Rai 1 che ruolo ha in questo momento?

Un ruolo molto importante. “Nemo - Chi ha ucciso Sofia” mi porta dentro un progetto e un linguaggio differenti. La presenza su Rai 1 amplia il percorso e mi permette di confrontarmi con un pubblico diverso da quello della piattaforma. Per me è un segnale di continuità professionale. Quello che mi interessa è che ogni passaggio abbia una ragione narrativa e professionale, senza forzare un’immagine che non corrisponde a ciò che faccio sul set.

 

Premi e visibilità possono creare pressione?

Possono creare aspettative, ma cerco di trasformarle in concentrazione. Se inizi a pensare di dover difendere continuamente un titolo, rischi di irrigidirti. Preferisco ricordare perché l’ho ricevuto: per il lavoro. Quindi torno al lavoro. In questa fase sento importante anche la continuità: il pubblico può incontrarmi su Netflix e su Rai 1, ma vorrei riconoscere ogni volta un personaggio diverso.

 

Quanto conta il territorio da cui vieni?

Molto. Ercolano e San Vito restano una parte forte della mia identità. Quando ricevi un riconoscimento e senti l’affetto del territorio, il significato cambia. Non è soltanto un risultato individuale; diventa anche un modo per mostrare che da realtà locali possono partire percorsi capaci di arrivare su Netflix e Rai 1. Cerco sempre di mantenere un rapporto concreto con il lavoro: preparazione, ascolto e rispetto della storia vengono prima di qualsiasi elemento esterno

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Che responsabilità senti verso chi ti segue?

Quella di non costruire un’immagine falsa. Non posso essere un modello perfetto e non voglio esserlo. Posso però cercare coerenza tra ciò che dico e ciò che faccio, rispettare il lavoro e usare bene le occasioni pubbliche. Credo che sia più utile di qualsiasi posa. Quello che mi interessa è che ogni passaggio abbia una ragione narrativa e professionale, senza forzare un’immagine che non corrisponde a ciò che faccio sul set.

 

Qual è il riconoscimento che cerchi davvero dal pubblico?

Che creda ai personaggi. Se una persona dimentica per un momento Luigi Zeno e vede Leonardo, quello per me è un riconoscimento enorme. Lo stesso varrà per i personaggi che arriveranno su Rai 1. Il titolo di Miglior Giovane Attore Italiano ha valore, ma il rapporto con lo spettatore si gioca scena per scena. In questa fase sento importante anche la continuità: il pubblico può incontrarmi su Netflix e su Rai 1, ma vorrei riconoscere ogni volta un personaggio diverso.

 

Come immagini i prossimi mesi?

Intensi e molto concreti. Il 22 settembre arriva “Minerva - La Scuola” su Netflix, il percorso prosegue su Rai 1 con “Nemo - Chi ha ucciso Sofia” e ci sono altri progetti che compongono questa fase. Voglio mantenere il centro sul lavoro, senza disperdere l’attenzione. Cerco sempre di mantenere un rapporto concreto con il lavoro: preparazione, ascolto e rispetto della storia vengono prima di qualsiasi elemento esterno.

Chiusura editoriale

 

Tra il titolo di Miglior Giovane Attore Italiano, Leonardo in “Minerva - La Scuola” su Netflix dal 22 settembre e il nuovo capitolo su Rai 1 con “Nemo - Chi ha ucciso Sofia”, Luigi Zeno consolida un percorso che unisce visibilità nazionale, radici a Ercolano e San Vito e una precisa attenzione al mestiere dell’attore.